Il progetto esecutivo di restauro

 

Il workshop affronta il tema del progetto esecutivo per il restauro dell’architettura.
Qual è il ruolo dei diversi attori che prendono parte al progetto di restauro e alla sua realizzazione? Quali competenze specifiche sono richieste all’architetto?
Per rispondere a queste domande, alcune recenti esperienze internazionali saranno presentate e messe a confronto. I partecipanti saranno invitati a discuterne gli esiti, focalizzando sui temi legati al restauro delle superfici, degli apparati decorativi e del progetto figurativo nel suo complesso, particolarmente nel caso di edifici interessati da trasformazioni radicali, come l’edificio in Calle S. Ignazio a l’Habana. Attraverso gli esempi, indicazioni operative per la pratica professionale saranno trasferite ai partecipanti, che avranno modo di metterle alla prova in una breve esercitazione collettiva.

Progetto
Cos’è il progetto di restauro? In cosa si distingue dal progetto di architettura?
Dal punto di vista disciplinare, può dirsi ormai acquisito che il progetto di architettura coincide con il progetto per l’esistente, laddove si propone di trasformare la realtà. Si tratta sempre di una realtà costruita, dal momento in cui il territorio è stato riconosciuto come stratificazione dell’attività umana, cioè un “immenso deposito di fatiche”1. D’altra parte, il progetto ha sempre in sé una componente distruttiva, che esiste anche nel progetto di conservazione, nella misura in cui conservare significa amministrare con intelligenza la trasformazione delle cose e degli usi, puntando a riconoscere e mantenere, anziché disperdere risorse preziose perché non-infinite.
E’ una logica che oggi ha preso il nome di “sviluppo sostenibile” e che in inglese si traduce con wise use, uso saggio.
Il dibattito teorico sul restauro si è concentrato recentemente sulle possibili convergenze tra la cultura della tutela e quella del progetto di architettura attorno alla nozione di qualità. Il progetto esecutivo è stato oggetto di attenzione, come strumento per controllare lo svolgimento delle opere e i loro costi, e per trasmettere le indicazioni di progetto al cantiere, migliorando la qualità dell’esecuzione.

Restauro
La questione di come agire nei confronti delle preesistenze ricorre nella storia dell’architettura occidentale. Leon Battista Alberti è stato il maggior trattatista del Quattrocento italiano ed è considerato a buon diritto il primo architetto moderno: non più l’assuntore delle opere, cioè il leader degli esecutori, bensì un intellettuale capace di fare da tramite tra questi e il nobil signore che commissiona l’opera. Per Alberti, la costruzione è un corpo animato e “occorre che ogni membro dell’edificio si armonizzi con gli altri per contribuire alla buona riuscita dell’intera opera”. Per questo, egli raccomanda all’architetto: “bada a non lasciarti soverchiare dalla smania di costruire ad ogni costo, e a non iniziare l’opera tua demolendo antiche costruzioni”2. Alberti svolge una trattazione sistematica, in cui enuncia il problema, riportando citazioni dall’antico, e descrive quanto annotato durante le visite ai monumenti. Il trattato è concepito a “miglioramento dell’umanità” e l’aderenza all’utilitas ne impronta ogni passaggio, sin dalle fondamenta dell’edificio: “A demolire, a spianare, a distruggere […] c’è sempre tempo” e “non c’è ragione di privare gli abitatori delle vecchie e già ben accomodate case”. Utilitas significa rispetto per la materia costruita come un fatto di civiltà e come risorsa che non va dispersa, ma trasformata. L’adesione dei costruttori a questa raccomandazione ha determinato la ricchezza dei centri storici che sia nelle città europee, sia nel cuore dell’Habana Vieja testimoniano i progressi della storia moderna nel sovrapporsi dei gesti costruttivi. Così nel Seicento, le case gotiche non furono abbattute, ma riordinate e adattate per far posto alle dimore dei nuovi patrizi. Le tracce sopravvivono dietro le facciate, danno ragione della loro figura e ne spiegano la vulnerabilità strutturale quando sollecitate dal sisma.

Alberti dedica al restauro o instauratio il X e ultimo libro, dove esamina i difetti degli edifici e l’idraulica. Il restauro è quasi un’appendice dell’architettura, intesa come attività dell’intelletto, eppur necessaria al suo funzionamento: è la regolazione del rapporto tra la costruzione e la natura, in particolare con l’acqua che è una linfa vitale ma può essere pericolosa quando si ramifica sotto le città, più che mai nello scenario attuale dominato dal cambiamento climatico globale. Per Alberti, il restauro è anche un problema pratico, cioè la sintesi delle questioni che si pongono all’architetto quando affronta il cantiere. Il processo di costruzione è complesso: incidenti e ripensamenti mettono a dura prova il progetto concepito a tavolino e l’opera inizia a restaurarsi già in corso d’opera, soprattutto quando il cantiere prosegue per secoli come accaduto con le grandi cattedrali europee, per lo più iniziate nel XII o XIII secolo e completate all’inizio del XX, dopo innumerevoli avvicendamenti, ripensamenti e restauri in corso d’opera. Per questo, già nel libro V, Alberti raccomanda l’uso dei modelli sia per fini esibitivi e critici, sia predittivi sul programma dei lavori, perché aiutano a gestire le varianti. E’ bene “che si facciano modelli nudi e schietti anziché rifiniti e lucenti, dove sia evidente soprattutto la concezione.”

Il progetto esecutivo di restauro
Nella disponibilità a concepire il progetto come dialogo sulla trasformazione e a rappresentarlo accanto allo stato di fatto, sta un carattere specifico del restauro. Il confronto misura la qualità della trasformazione proposta e ne verifica le ragioni. Spesso i progetti di restauro focalizzano sull’accurata descrizione dello stato di fatto, con ricerche storiche e rilievi sofisticati. Altre volte si concentrano sulla rappresentazione del progetto, con modelli 3D e simulazioni grafiche. Nei casi migliori illustrano il confronto tra rilievo e progetto, cioè una proposta di dialogo tra realtà misurata e trasformazione immaginata.
Il progetto esecutivo è il momento in cui le intenzioni del progetto si misurano realmente con la consistenza dello stato di fatto. Le fasi preliminare e definitiva indicano la tipologia delle opere, ne circoscrivono l’ampiezza e stimano il costo, senza tuttavia entrare effettivamente nel merito delle scelte. Perché il progetto esecutivo sia efficace, si raccomanda all’architetto di frequentare assiduamente l’edificio, rilevarlo e indagarlo personalmente, meglio se con l’ausilio di un cantiere pilota in cui svolgere un esame diretto delle superfici, assegnare compiti specifici agli esperti di diagnostica, e testare le lavorazioni di restauro su piccole aree.
Emerge così un’importante differenza tra il progetto di architettura per la nuova costruzione e il progetto di restauro: se il primo consiste in un processo deduttivo che adatta un’idea o un modello alle particolari caratteristiche di un sito, il secondo è un procedimento induttivo, che cerca sullo stesso oggetto che è chiamato a modificare, le ragioni per determinare i modi di quella trasformazione, secondo un approccio eziologico, in analogia con la medicina che determina la cura in base dello studio dei sintomi. Secondo Salvador Muñoz Viñas, questa prossimità con il corpo vivo (e ammalato) dell’edificio, è ciò che distingue l’architetto esperto di conservazione, dall’architetto tout-court, e rinnova la similitudine tra il medico e l’architetto-restauratore. Tra specialismi di ogni tipo il restauratore incarna il medico di base che resta vicino al paziente, lo ascolta e osserva, e grazie all’esercizio quotidiano di questa esperienza diretta, possiede un particolare occhio clinico in grado di anticipare la diagnosi alla vista e al tatto.
Inoltre, se il progetto del nuovo si sviluppa tra preliminare, definitivo ed esecutivo, specificando i dettagli e le lavorazioni via via che la scala di rappresentazione si precisa, il progetto di restauro si muove in direzione opposta, perché le scelte di progetto si precisano solo alla prova dell’esecutivo e del cantiere pilota. Considerando che l’esito figurativo di un restauro conservativo riposa essenzialmente sulle scelte materiche e sul trattamento (anche minuto) delle superfici, ne deriva che non solo le scelte esecutive, ma anche la filosofia e il risultato complessivo dipendono in massima parte dalla fase esecutiva del progetto e dalla sua capacità di controllare lo svolgimento del cantiere.
Per questo, è bene che il progetto esecutivo sia chiaro, ben rappresentato, completo di annotazioni e misure, stampato in grande formato per essere consultato facilmente anche con poca luce o in equilibrio precario su un ponteggio. Si tratta di un fatto tecnico ma anche un fatto profondamente umano perché attraverso quei disegni si stabilisce un contatto tra il progettista e gli esecutori. Richard Neutra esprimeva chiaramente quest’idea, raccontando un episodio:

"Durante la costruzione del ponte sul Golden Gate a San Francisco, l’ingegnere capo mi portò sulla torre meridionale che già svettava a centottanta metri sulle acque della baia. Due operai, copie eliografiche alla mano, salirono con noi nella gabbia penzolante dell’ascensore, fatta di rete metallica e senza porta. Ci parve di salire lentamente in una tempesta furiosa a misura che la nostra gabbietta ascendeva oscillando sempre più attraverso le strutture di acciaio verniciato di rosso, e in basso i marosi delle creste bianche rimpicciolivano fino a sparire. All’altezza di centocinquanta metri l’ascensore raggiunse una massiccia travatura diagonale della gran torre, e fece sosta.
Qui i nostri due compagni smontarono; erano imbullonatori, e li attendevano quattro ore di lavoro in quella rischiosa posizione. Essi spinsero una grossa asse in fuori, e la gabbia dell’ascensore mi pareva oscillasse più violentemente che mai al gran vento. Io serrai con ambo le mani la rete metallica quando saltarono sull’asse. Li vidi, eliografie sempre alla mano, inerpicarsi su per la putrella d’acciaio fino alla piattaforma isolata dove avrebbero dovuto lavorare ore e ore, soli fra cielo e mare. Nessuno a cui far domande, lassù; il solo legame col mondo sarebbe stato per loro il fascio gualcito dei disegni. Spero che in quei documenti, l’ingegnere progettista parlasse con una voce rassicurante, tale da portar conforto nella tempesta e nel pericolo." 3

Il workshop conta sul contributo di esperti che approfondiranno il ruolo del rilievo e della modellazione digitale per la progettazione assistita o B.I.M e il tema degli impianti tecnologici. Gli impianti sono indispensabili ai nostri attuali standard di vita, e secondo Giedion, sono la traccia più evidente che la nostra epoca deposita su un edificio storico. D’altra parte, la loro installazione può metterne in crisi l’integrità strutturale e figurativa, rivelandosi un elemento potenzialmente critico, nell’ambito di un restauro.
All’architetto spetta il compito di integrare questi temi nel progetto esecutivo, la cui qualità si misura nella capacità di comporre le istanze di partner e consulenti, traducendole in chiare indicazioni operative e disegni che rappresentino una solida guida per l’esecuzione delle opere di restauro.

[di Davide Del Curto, Politecnico di Milano]

 
NOTE

1. Carlo Cattaneo, Notizie naturali e civili sulla Lombardia, Milano, 1844.
2. Leon Battista Alberti, De Re Aedificatoria, Libro I (1452).
3. Richard Neutra, Survival Through Design, 1954. Trad. it. Progettare per sopravvivere, Milano 1956, p. 273.