Palazzo Calò Carducci, Bari

  

Palazzo Calò Carducci si affaccia sulla piazzetta dei Gesuiti o del Gesù, nella città vecchia, alla sinistra della chiesa barocca del Gesù, di cui costituisce una quinta laterale e raccorda lo spazio individuato dalla piazzetta, strada Zeuli, Porta Piccola di S. Gaetano e l’arco di S. Onofrio.
Non si hanno notizie precise sulla costruzione del palazzo. Marcello Petrignani e Franco Porsia1 scrivono a tal proposito: “Sappiamo già che quasi non vi è edificio nella Bari del Seicento che non abbia piani rialzati e “membri di sopra”; numerose sono le case accatastate come palizzate; un po’ meno sono i veri e propri palazzi patrizi ed un buon numero di essi è localizzabile sulla rua francigena (o nelle immediate vicinanze) che, da quando la grande chiesa del Gesù ne occupa la parte di svincolo e di raccordo con la piazza, svilendo la monumentalità di edifici dai prospetti oggi altrimenti incomprensibili, sembra ridursi a semplice percorso tra la piazza e le corti della basilica nicolaiana. Probabilmente era esistito un tempo in cui i ricchi emigrati toscani e lombardi avevano dato un volto monumentale alla città. I palazzi Calò Carducci e Zizzi, la superstite balconata in strada del Gesù e forse la grande casa del vescovo di Polignano, Casamassima, dotata di due giardini, sembrano aver perso l’originale funzione di parata con l’intrusione della chiesa del Gesù che fu consacrata nel 1595.”
Altri storici fanno risalire la realizzazione del palazzo agli inizi del settecento, quando un ramo della famiglia Calò si lega ai Carducci. I Calò di origini greche, dal Regno di Napoli si trasferiscono a Bari nel XIII secolo ed acquisiscono il titolo nobiliare nel 1282. La loro residenza ufficiale era nel palazzo sito in largo Maurelli, infatti il portale riporta un fregio con una iscrizione relativa a Tullio e Iacobo di quella casata; I Carducci, da Firenze, dove erano ascesi ai più alti gradi della Repubblica Fiorentina, si trasferiscono a Bari nel 1474 e stabiliscono la loro residenza nel palazzo che ha dato il nome alla corte omonima. Si estinguono nella prima metà del 1700 con Cecilia, figlia di Annibale, continuatore della famiglia patrizia di Bari, la quale aggiunge il proprio cognome a quello dei Calò, sposando nel 1716 Saverio Calò, figlio di Ignazio.

Lo stemma della nuova casata Calò Carducci, sulla scala che all’interno della loggia porta al primo piano, rappresenta, in campo azzurro (le virtù celesti), un albero con chioma verde e radici (la famiglia, unita come i rami al tronco le cui radici esposte evidenziano l’antichità delle origini), sostenuto da un leone rampante d’oro (simbolo di forza, coraggio e magnanimità) ed attraversato orizzontalmente da una fascia d’oro (la cintura alla quale il guerriero appendeva la spada ad indicare l’appartenenza all’ordine equestre dei cavalieri).
La facciata del palazzo si articola in due parti: un corpo compatto - con due finestre ai primi due livelli ed una sola centrale all’ultimo, tutte prive di cornici - si affianca ad un fronte articolato costituito da un alto basamento su cui si aprono botteghe simmetricamente scandite e un portale d’accesso sormontato da un timpano triangolare che invade uno dei cinque fornici del loggiato al primo piano, riquadrati da lesene; su quest’ultimi, in corrispondenza del secondo piano, prende forma un cornicione con balaustra superiore, sui cui pilastri di contenimento vi erano dei busti decorativi, ad oggi non più rinvenuti.
Se si eccettua la loggia del Sedile dei Nobili, la presenza di una facciata aperta e dai forti chiaroscuri come quella di palazzo Calò Carducci diventa un elemento singolare per l’architettura settecentesca di Bari Vecchia, caratterizzata da masse murarie piene e compatte, e per la piazza del Gesù, contenuta da alti edifici e sovrastata dall’ampia facciata della chiesa.

L'EDIFICIO

Internamente l’edificio presenta murature di diverso spessore e una successione irregolare di vani, probabilmente dovuta a successive realizzazioni o aggregazioni di ambienti frutto delle esigenze dei vari proprietari.
Al primo piano è evidente la differenziazione del prospetto principale prospiciente la piazza, composto da quattro grandi vani di cui tre affacciati sul loggiato, questo coperto con volte a vela, rispetto alla parte che dà sui vicoli interni, composta da vani più piccoli, con solai in parte in ferro e laterizio, realizzati, o ricomposti, in epoca più recente e modesti ambienti voltati a botte.
Gli ambienti affaccianti sulla loggia presentano solai lignei con decorazioni policrome (Armenise?), oggi in pessime condizioni di conservazione, dovute all’abbandono dell’edificio, all’incuria del tempo che ha portato al crollo delle coperture al piano superiore e a seri problemi statici in tutto l’edificio. Il salone di ingresso al primo piano, di fronte alla scala di accesso, prova della originaria funzione di rappresentanza, non affaccia sul loggiato e appare oggi frazionato in due vani.

In fondo al salone è collocata una bella scala di accesso al piano ammezzato.
Nonostante il grave stato di conservazione e le successive manomissioni, il palazzo ha conservato nel tempo la sua bellezza: “Della zona basamentale del palazzo in piazza del Gesù, allo scopo di aprirvi una serie di botteghe, fu purtroppo fatto così grave scempio che un restauro di ripristino è impensabile se non soccorre un qualche indizio estrinseco come un disegno o una stampa. Anche la posizione della scala di accesso al primo piano, tagliata com’è a trincea a danno del bel loggiato coperto da una successione di volte a vela, sembra il frutto di un altro inconsulto intervento.[…]
Le manomissioni cui la fabbrica fu sottoposta nel tempo non ne hanno offuscata la nobiltà che deriva all’edificio dai cinque fornici di facciata, dal motivo del portale timpanato inserito in quello centrale e -, al livello del secondo piano, che dovette essere necessariamente essere quello residenziale – dall’ampio loggiato con sui pilastri di contenimento della ringhiera i busti decorativi, che ricordano, come collocazione almeno, quelli del coronamento del Sedile.”2

Le manomissioni degli ambienti interni risultano ancora più evidenti  se si pensa che, quando nel 1888 viene chiuso il convento di Santa Teresa al Porto o Santa Teresa delle Femmine in via Pier l’Eremita, angolo piazza San Pietro, il palazzo ospita alcune monache: “Il 1888 è la fine: le poche monache rimaste si trasferiscono nel ritiro delle Stimmatine di Modugno. Un anno dopo acquistano per 12.000 mila lire, dalla benefattrice Maria Calò, vedova Carducci, un appartamento nel palazzo di piazza del Gesù in Bari: è il primo nuovo conventino, adattato all’uso da un altro benefattore, l’ing. Nicola Capriati. Ben presto la cerchia si allargò e nel 1891, il numero delle monache salì a dieci; queste per aver suscitato simpatia e fiducia in tutta la contrada, vennero chiamate “le Giuseppine”.3
Anche Vito Melchiorre cita la stessa notizia: “Il 4 marzo 1889, le due religiose (le suore Angelica Teresa Lamberti e Maria Maddalena Gabrieli) presero in fitto una porzione del Palazzo Calò Carducci, in strada dei Gesuiti, e vi si trasferirono, ottenendo dall’autorità religiosa il riconoscimento come nuova comunità carmelitana. Nel volgere di alcuni anni, il numero crescente delle vocazioni indusse le due fondatrici ad acquistare un pezzo di suolo in via De Rossi […]”.4

 

BIBLIOGRAFIA
Apollonj Ghetti B.M. Bari vecchia, contributo alla sua conoscenza e al suo risanamento, Arti Grafiche Favia, Bari 1972, pag 106 e Tav XXI (foto)
A.A. V.V. Terra di Bari e Capitanata, in Atlante del Barocco in Italia, Edizione De Luca, Roma 1996, pag. 510.
Candida Gonzaga B. Famiglie nobili delle province meridionali d'Italia (rist. anast. 1875-82), Arnaldo Forni Editore, Bologna 1995, III volume, pag. 38.
Melchiorre Vito, Bari, Mario Adda Editore, Bari 1987 pagg. 66, 67 e 158.
Petrignani M. e Porsia F. Le città nella storia d‘Italia Bari, Edizioni Laterza, Bari 1988, pagg. 60, 70 e 83.
Sada L. Notamenti di spese per monacazioni e nozze dei Tanzi patrizi baresi (749-1806) in Archivio Storico Pugliese 1987 n.XL, pag. 262

NOTE
1. Petrignani M. e Porsia F. Le città nella storia d‘Italia Bari, Edizioni Laterza, Bari 1988, pag. 60.
2. Apollonj Ghetti B.M. Bari vecchia, contributo alla sua conoscenza e al suo risanamento, Arti Grafiche Favia, Bari 1972, pag 106.
3. Sada L. Notamenti di spese per monacazioni e nozze dei Tanzi patrizi baresi (749-1806) in Archivio Storico Pugliese 1987 n.XL, pag. 262.
4. Melchiorre Vito, Bari, Mario Adda Editore, Bari 1987 pag. 66.