Villa Romana del Casale di Piazza Armerina

 

La villa Romana del Casale è un edificio abitativo tardo antico, popolarmente definito villa nonostante non abbia i caratteri della villa romana extraurbana quanto piuttosto del palazzo urbano imperiale, i cui resti sono situati a circa quattro chilometri da Piazza Armerina, in Sicilia. Dal 1997 fa parte dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.

La Villa, è appartenuta ad un esponente dell’aristocrazia senatoria romana, forse un governatore di Roma (Praefectus Urbi); secondo alcuni studiosi fu, invece, costruita e ampliata su diretta committenza imperiale. Per la sua bellezza e complessità, può considerarsi uno degli esempi più significativi di dimora di rappresentanza rispetto ad altri coevi dell’Occidente romano. L’alto profilo del suo committente viene celebrato, in modo eloquente, attraverso un programma iconografico, stilisticamente influenzato dalla cultura africana, che si dispiega, con ricchezza compositiva, in una moltitudine di ambienti a carattere pubblico e privato.

Il primo assetto museografico si dove all'architetto Franco Minissi che si adopera, con le conoscenze del suo tempo, per proteggere la Villa ed i mosaici dalle intemperie e progetta una copertura, sicuramente moderna ed innovativa a quel tempo, con l’uso dei montanti e capriate di ferro e lastre di plexiglass per coprire il tetto e richiudere il perimetro murario della Villa. Era quello il periodo dei materiali nuovi e il plexiglass era il materiale, duttile e versatile, adatto allo scopo. Minissi allora progetta una copertura che potesse evocare la terza dimensione, i volumi della Villa, anche questa una scelta innovativa, nel panorama delle coperture dei siti archeologici di quel periodo, poi compone le pareti esterne con lamelle di legno, chiudendone il perimetro esterno, e inventa il geniale sistema delle passerelle, realizzate sulle creste dei muri interni. Sistema di sicuro effetto per la visita della Villa, permettendo di girare i vari ambienti e godere della vista dei mosaici dall’alto

Purtroppo il sistema non ha retto a lungo, perché il sole deteriorava il plexiglass, e l’acqua continuava ad entrare dal portico interno, lasciato aperto. Così l’arch. Minissi, chiamato più volte a risolvere i problemi lamentatati, sostituisce il plexiglass delle pareti laterali con lastre di vetro e con le stesse lastre chiude lo spazio del grande quadriportico. Tali trasformazioni, se ancora cercano di risolvere il problema delle acque meteoriche, di fatto trasformano la Villa in una enorme serra, complice il velario, anch’esso di plastica, realizzato nei vari ambienti per smorzare le ombre proiettate dalla copertura trasparente sui pavimenti, infatti il controsoffitto chiudendo lo spazio sottotetto, ha creato le condizioni per la formazione di un accumulatore termico.

L’osservazione di tutti i degradi della Villa, attraverso le varie e intrecciate componenti, ha permesso di fornire una risposta globale ai problemi lamentati. Il progetto scaturisce, infatti, da tutte le indicazioni fornite dai vari tecnici specialisti, chimici, fisici, biologi, tecnologi che, in modo interdisciplinare, hanno contribuito alla risoluzione delle diverse situazioni di degrado.

L’intervento di restauro
L’intervento ha recupero dell’idea originaria del Minissi, cioè fa rivivere lo spirito del progetto, sostituendone i materiali, impiegati in origine per la protezione con altri più consoni alla conservazione.
In particolare viene interessato il sistema delle passerelle di visita, le coperture, la percezione dei rapporti luce-ombra all’interno della Villa, la ricerca dei materiali compatibili per la realizzazione della copertura e il restauro degli apparati musivi e degli intonaci dipinti.

Le superfici musive
Il restauro conservativo delle decorazioni pavimentali e parietali, ha garantito un’operazione generalizzata di conservazione per arrestare o abbattere sensibilmente i processi di degrado. Le operazioni necessarie per la conduzione di restauro, sono state supportate da tutte le analisi di laboratorio utili per un corretto intervento.
Per i tappeti musivi, per gli intonaci dipinti e per la statuaria sono stati predisposti specifici magisteri di esecuzione che contemplano la particolarità dei singoli casi e le differenti problematiche per 120 milioni di tessere, composte in circa 4000 metri quadrati di mosaici e marmi. La pulitura e il restauro dei mosaici sono stati condotti da tecnici e professionisti provenienti dalla realtà locale, da altre parti d’Italia e dall’estero, i restauratori si sono alternati in anni di lavoro sviluppando metodi e tecniche innovative. Una vera e propria clinica della salute di tessere e pavimenti, popolata da tecnici ed esperti in tuta bianca: in un primo tempo sono stati rimossi strati di limo di decenni, muffe, alghe, batteri, funghi e sali; ripulite le tessere, danneggiate da materiali aggressivi di precedenti restauri (cere, incrostazioni, resine); distaccate piccole porzioni di mosaico per intervenire sui ferri, ormai arrugginiti, dei massetti di cemento; ripianati i vulcanelli e infiltrati nel substrato prodotti consolidanti, l’idrossido di bario che è stato iniettato, con aghi inseriti tra le tessere, attraverso centinaia di flaconi di flebo che ha permesso la bonifica da alcuni sali e, al substrato, di recuperare la propria solidità.

Si è passati poi alla riconfigurazione delle lacune con l’uso tessere in malta incisa per i decori geometrici e base neutra per il figurato, che ha permesso di recuperare la lettura di gran parte dei mosaici originari.
Alla Villa è stata usata, per la prima volta, una preziosa tecnica ricostruttiva delle lacune, realizzata in alcune parti del figurato di piccole dimensioni, con l’uso di malta incisa a scomposizione cromatica, secondo i colori dominati del contorno, mutuando tale tecnica dalla reintegrazione pittorica dei dipinti e degli affreschi.

 

[di Roberta Bianchini, Laura Franci]