Archeologia verde

Paesaggi, giardini, rovine

  

L’integrazione della lacuna è un tema specifico di restauro. La lacuna è una mancanza che può essere più o meno grande e comunque generalmente non di dimensioni tali da inficiare sia la struttura che l’immagine. L’unità metodologica del restauro assume linee guida fondate sui principi, minimo intervento, reversibilità, autenticità-riconoscibilità, che valgono nei vari settori e discipline, nell’archeologia, nell’architettura, nell’arte. Nell’archeologia la sostituzione del materiale è del tutto eccezionale e da evitarsi. In quanto è proprio la materia, e non tanto la forma, ad avere in sé il valore di testimonianza e documento. E solo dalla materia originale che gli studiosi possono capire le tracce e le impronte lasciate su di essa e leggervi il passato, con metodo indiziario, con il ragionamento e con l’ausilio di moderne tecnologie di analisi. La storia è lì scritta seppure da decodificare. Se al momento gli indizi non sono sufficienti verrà un giorno che altri potranno e sapranno farlo. Per questo motivo anche se menomati, lacunosi, ruderizzati i materiali archeologici conservano una loro potenzialità di ricostruire forme e storie perdute. Il valore di antichità resta prevalente e intangibile. Il principio quindi di autenticità-riconoscibilità detta l’intervento anche di ricomposizione e anastilosi. La sostituzione muraria o la foderatura che ho visto effettuarsi anche in recenti interventi in Italia, utilizzando dotte apparecchiature in opus reticulatum, opus mixtum, opus testacium in materiali similari all’originale, lapideo o laterizio, dovrebbe evitarsi, limitando le integrazioni a quanto strettamente necessario a garantire la stabilità. Se poi invece è prevalente il valore artistico di monumento, penso ad esempio al Pantheon a Roma, la sostituzione accorta e attenta può avere una sua ragione, su edifici che, grazie anche ai restauri e rivisitazioni subite nel tempo, hanno conservato una propria continuità nell’uso, mantenendosi ‘monumenti vivi’.

Si tratta di concetti e principi che le carte del restauro hanno ben chiarito, su cui certe distrazioni o peggio dimenticanze hanno portato anche in tempi recenti a ricostruzioni massicce a beneficio di riproposizioni soprattutto ambigue, perché ripropongono con gli stessi materiali e forme quanto è andato perduto per effetto del tempo, dell’azione umana o della natura. Anche la distruzione può avere un significato di memoria.
Dopo che l’Acropoli di Atene venne distrutta sotto l’assedio dei persiani, gli ateniesi giurarono che quelle rovine rimanessero a ricordo dell’evento traumatico subito. Poco dopo, Pericle venne meno a quel giuramento e fece costruire da Ictino e Callicrate il nuovo Partenone. Il Partenone, l’Eretteo i propilei vengono da quell’anatema, che solo un principe ambizioso e promettente poteva contravvenire. Diversamente quando il piromane e mitomane di nome Erostrato distrusse il tempio di Artemide ad Efeso, subito si volle ricostruirlo uguale alle forme perdute rialzando il tempio con la sua fitta selva di colonne, rinnovando tipologie arcaiche e desuete che ritrovarono, a seguito della ricostruzione, motivo di attualità. Questi due esempi molto lontani nel tempo sono assimilabili ad altri sicuramente più vicini.

L’integrazione dell’immagine perduta fino a quanto può spingersi? È ammissibile la ricostruzione?
Il rischio di perdita a seguito di guerre ed eventi calamitosi è ben presente ai nostri giorni. Abbiamo bene impresse nella mente le immagini delle distruzioni a Palmira nell’agosto 2015. E ancora prima nel 2001 i Buddha, incisi nella roccia della valle di Bamiyan, furono fatti saltare in aria. Tra i vari progetti, quello di Andrea Bruno, un architetto già impegnato su incarico dell’Unesco  in molti siti in Afghanistan e nel Medio Oriente, non volle riproporne la ricostruzione. Piuttosto è intervenuto con il geologo Claudio Margottini per evitare che la parete rocciosa si sbriciolasse. Qui erano scavate tante piccole celle abitate dai monaci, e fuori misura le due  nicchie, una del grande Buddha, alto 57 metri, l’altra del piccolo, di 38.  Andrea Bruno si era occupato del restauro dei Buddha nel lontano 1964, realizzando le opere di canalizzazione e di drenaggio delle acque piovane che si infiltravano nella roccia, il consolidamento statico e la rimozione dei detriti che nascondevano una parte del complesso monumentale, restaurando, dove si poteva, le stesse statue. Nel 2015 è arrivata la ricostruzione virtuale con oleogrammi che rese possibile vederli nuovamente, grazie a due coniugi cinesi, Zhang Xinnyu e Liang Hong, che finanziarono le proiezione laser. Mi convincono poco invece le recenti proposte che riguardano il sito di Palmira di riproposizione dei monumenti distrutti, utilizzando copie eseguite con stampanti laser.
Le proiezioni e ricostruzioni virtuali possono essere una possibile attrattiva turistica, un’esperienza sensoriale e didattica che aiuta a capire meglio, ma restano episodi alla stregua degli spettacoli di luci e suoni ambientati nelle rovine, molto suggestivi, come a Luxor e recentemente anche a Pompei.
È interessante l’opera compiuta dall’artista Edoardo Tresoldi a Siponto in Puglia (Italia) che è riuscito a ricreare la spazialità della chiesa paleocristiana ruderizzata, tramite diafane strutture in rete metallica autoportante, alte 14 metri, in un originale connubio tra archeologia e arte contemporanea “disegnata nell’aria”.
Ha suscitato plauso ma anche molte critiche, più degli apprezzamenti, soprattutto ad opera conclusa, l’intervento di restauro e riabilitazione del Teatro Romano di Sagunto in Spagna, di Giorgio Grassi e Manuel Portaceli (1993). L’equilibrio tra ricostruzione e parti antiche infatti si è spostato a tutto vantaggio del nuovo intervento, sacrificando il teatro antico trattato come una testimonianza tipologica  e non come sopravvivenza materica di un sito archeologico.
Un buon esempio di ricomposizione ambientata con valenza paesaggistica mediante anastilosi, integrazioni e copie, è quella del Canopo di Villa Adriana a Tivoli (Italia), liberata da reinterri negli anni Cinquanta del secolo scorso, con la realizzazione del canale d’acqua dove si specchiano le colonne con serliane, copie di statue, ad evocare e suggerire l’insieme che l’imperatore Adriano aveva voluto, con un Triclinium destinato ai banchetti, in fondo, e un giardino nilotico, analogamente al canale sul delta del Nilo, da cui prende il nome di Canopo.

Il tema che intendo proporre è esplorare le potenzialità dei siti archeologici nelle immagini delle pitture di paesaggio e di ambiente, nella propensione propria delle rovine a combinarsi con la vegetazione, le linee e i colori del paesaggio.
Il mito delle rovine abbinato alla vegetazione è descritto nella Hypnerotomachia Poliphili (Venezia, 1499), nell’incontro in sogno di Polifilo, il protagonista, e Pollia, la sua amata,  tra le rovine antiche invase da una vegetazione selvatica.

“Sopra e tra queste impervie rovine era germogliata una vegetazione selvatica: soprattutto la salda anigiride, con le teche a forma di fagiolo, entrambi i lentischi, la branca ursina, il cinocefalo, la spatula fetida, lo smilace spinoso, la centaurea e, annidate tra i ruderi, molte altre. Nelle fessure dei muri abbondavano la sempreviva, la cimbalaria pendula, roveti spinosi”. (Francesco Colonna)

Nella pittura di Bellini e soprattutto di Mantegna nel tardo Quattrocento, l’antico è rappresentato in rovina, ovvero se ne apprezza la valenza data dal godimento estetico della rovina in sé. Così sarà nei disegni e pitture di rovine. L’olandese Martaen von Heemskerck (1498- 1574) dopo averci lasciato i suoi taccuini di schizzi delle rovine del Foro Romano, si ritrae con il Colosseo sullo sfondo invaso dalla vegetazione (1553, Cambridge-Fitzwilliam-Museum). I paesaggi di rovine, ritratte o immaginate, divennero un soggetto e un genere ambito e apprezzato dai collezionisti, ad ornamento delle  case di ville. Ma anche le rovine divennero sede di giardini e amene passeggiate. Portici ed esedre e giardini vennero costruiti per ospitare le collezioni di statue, come nella settecentesca villa del Cardinale Alessandro Albani a Roma, che ospitò Winckelmann curatore della collezione.  Alcuni pittori ci danno l’immagine inaspettata ma del tutto realistica e documentata del Colosseo colonizzato dalla vegetazione, come lo rappresentano Abraham Louis Rodolphe Ducros tra il 1787 e il 1793, e Rudolph Ritter von Alt nel 1835.

All’inizio dell’Ottocento i francesi al seguito di Napoleone pensavano per le rovine del Foro Romano un grande giardino con le rovine isolate e viali alberati per passeggiare (project Jardin du Capitol di Louis Berthault,1813).
Giacomo Boni, il grande archeologo che diede inizio alle esplorazioni scientifiche del Foro Romano, confidava molto nel connubio tra rovine e vegetazione. Agli inizi del Novecento, a conclusione degli scavi eseguiti sul Palatino per riportate alla luce le dimore imperiali, l’archeologo  allestì sul posto un giardino all’italiana, piantandovi cipressi e lauri, ma anche nuove specie come peonie e camelie. Scriveva nel suo Flora Palatina del 1912:

«Vorrei far ricca la flora palatina; vorrei far sentire l’influenza educativa emanata dall’amoroso rispetto alle piante e di cui mostrano aver gran bisogno taluni visitatori».

«Le pellicce erbose fatte crescere su di un sottile strato di humus alla sommità dei ruderi, li proteggono dall’arsura e dal gelo, formando un tessuto di radichette. La cresta dei muri, d’opera testacea e cementizia, facile a disgregarsi per le intemperie, viene tutelata dalle infiltrazioni mediante coccio pesto, sul quale si stende il terriccio misto a seme di fieno, per agevolare il formarsi d’una verde pelliccia; ottime a tal uopo le poae, tra le graminacee a radice fibrosa, e la lippia repens, graziosa verbenacea resistente alla siccità».

«Siano alquanto lontani dai monumenti gli alberi a chioma molto espansa; si escludano le invadenti robine pseudo-acacie e gli ailanti che squarciano le murature sino allo sgretolamento. E protegga ciascun paese a propria flora monumentale».
(Giacomo Boni)

Le rovine richiedono quella cura e amore nella manutenzione che è simile alla cura che richiede un giardino. La scelta deve essere naturalmente selettiva tra piante buone e amiche, confinate nello sviluppo vegetale, e piante cattive e infestanti, non adatte ai siti archeologici da difendere dalle radici invadenti.  Nella flora Giacomo Boni vedeva l’ambientamento adatto alle rovine secondo un gusto romantico e la funzione educativa di cura e rispetto dei siti archeologici.
Ninfa nel basso Lazio, con le sue rovine medioevali, che nell'Ottocento Gregorovius chiamò la “Pompei del medioevo”, rinacque grazie alla bonifica e al restauro dei ruderi compiuto da Gelasio Caetani a partire dal 1921, che volle trasformarlo in un verdeggiante giardino attraversato dall’acqua, portandovi, sotto la guida della madre, alcune specie botaniche rare. La ricchezza e amenità oggi di questo sito è proprio nella florida e varia vegetazione.
Negli anni Trenta Antonio Munoz fece un esperimento di ricomposizione e completamento del Tempio di Venere e Roma, sito sopraelevato sopra una terrazza che guarda il Colosseo, con siepi di bosso poste dove erano collocate le antiche colonne del tempio. Raffaele De Vico propose per il giardino sul Colle Oppio un disegno che riproponeva la pianta delle Terme che si erano insediate sopra la Domus Aurea. Corrado Ricci ideò le esedre arboree di pini che si trovano ai lati di piazza Venezia, all’inizio della via dei Monti e la via del Mare.
Negli esempi visti, la simbiosi tra verde e archeologia offre la possibilità di una lettura ‘romantica’ e ambientata della rovina, oppure architettonica ed evocativa. Per verde intendo non solo l’elemento vegetale, ma l’insieme di sistemazioni e arredi per rendere i siti archeologici parchi da godere. Le rovine come quelle degli Acquedotti a sud di Roma, non hanno smesso di esprimere quello struggimento melanconico anche quando è cambiato il paesaggio intorno, come nelle immagini del film Mamma Roma di Pierpaolo Pasolini (1962), dove avanzava la costruzione dei quartieri di case nuove del Tuscolano sullo sfondo delle rovine.
Recentemente il Fondo italiano per l’ambiente (FAI) ha rimesso in auge, nella valle dei Templi di Agrigento, il giardino della Kolymbetra, ricco di antichi agrumi, frutti e olivi secolari. Nell’antichità il giardino aveva una peschiera alimentata da un sistema idrico di canalizzazione dell’acqua.  In questa valle protetta dove ancora oggi sgorgano, dagli antichi ipogei, limpide acque utilizzate per l’irrigazione, i monaci della vicina badia dimorarono un orto che nel Settecento e nell’Ottocento divenne un agrumeto-frutteto. I siciliani lo chiamano “jardinu” (giardino).  Il jardinu è stato ora oggetto di cure nel sistema irrigatorio, nella sistemazione ed è diventato esso stesso attrattiva turistica.

Per concludere, porto l’esempio del progetto che sto avviando a Milano di un Anphitheatrum naturae, un anfiteatro verde. Pochi sanno che a Milano esisteva un Anfiteatro, grande quasi come il Colosseo. La percezione del proprio passato e delle antichità presenti a Milano è stata distratta e poco attenta a valorizzarle. La cura, la custodia e la manutenzione dei siti può dialogare con nuove progettualità, nella simbiosi tra rovine e natura, paesaggistica, romantica, architettonica, nel rispetto dei principi di conservazione, autenticità, reversibilità. Poco convincente è l’addizione-completamento con i materiali dell’architettura. Il verde e l’arredo vegetale offrono invece una strada di dichiarata transitorietà, di ambientazione, ai fini di migliorare la fruizione e la godibilià del paesaggio di rovine archeologiche, con le precauzioni necessarie, come la piantumazione in vasche entro terra, in modo che non ci sia contatto e pericolo di invasione da parte delle radici, ricorrendo alle piante amiche delle rovine, come diceva Giacomo Boni. Le premesse guardano al vedutismo, alle esperienze romane di Giacomo Boni al Foro Romano, di Antonio Munoz al Tempio di Venere e Roma e di Corrado Ricci per le esedre arboree di pini in piazza Venezia, alle radici della cognizione stessa di parco archeologico, nell’unione di natura e archeologia. Il verde, la modellazione del terreno, gli arredi possono essere elementi progettati per i siti archeologici.
Su questa linea di pensiero, ho proposto un viridarium per rivitalizzare il parco archeologico dell’Anfiteatro romano a Milano, per farne un inedito Amphitheatrum naturae, con elementi arborei della topiaria antica (bosso, mortella, ligustri e cipressi): un grande giardino ellittico a delineare il sedime e la forma della pianta dell’anfiteatro perduto a contorno e completamento dei resti archeologici affioranti che corrispondono ad alcuni limitati muri radiali dell’antico anfiteatro.
Con le pietre di ceppo lombardo dell’Anfiteatro fu costruita la vicina basilica di San Lorenzo, proprio nei paraggi. Le pietre provenienti dall’Anfiteatro si trovano nelle fondazioni scendendo una scala nel sacello di Sant’Aquilino, sistemate in passato per essere visibili e musealizzate da Gino Chierici. Il nuovo giardino Anphitheatrum naturae si collegherà ad un percorso che dal parco archeologico continua alle vicine colonne, poi in  San Lorenzo e al parco delle Basiliche. Sempre nelle vicinanze, nei lavori in corso della Metropolitana, è riemerso un tratto della sponda in ceppo della cerchia medioevale milanese e dei navigli. Una parte verrà musealizzata nell’atrio della metropolitana.

L’impegno civile richiede l’attenzione internazionale verso la salvaguardia dei siti ad alta vulnerabilità. A questo scopo, Milano ha accolto nel corso di Expo 2015 gli Stati generali della cultura, con la partecipazione dei ministri della cultura di più di 80 paesi, dell’Unesco e altre organizzazioni internazionali, chiamati ad un impegno comune per la protezione del patrimonio culturale mondiale a rischio a causa di catastrofi naturali e conflitti. Lo scambio di esperienze internazionali può aiutare nell’indirizzare e sostenere la cura dei siti archeologici, tra cui occupano un posto di riguardo quelli di Baalbek e Tyre in Libano, che sono l’oggetto di questa missione e work shop “Lebanon – Ws ICE” (Beirut, 24-28 luglio 2017), organizzati dall’ICE  (Istituto Nazionale per il Commercio Estero) e da Assorestauro (Associazione italiana per il restauro architettonico, artistico, urbano).
Ringrazio per l’accoglienza le autorità libanesi augurando una fruttuosa collaborazione con l’Italia. Il Libano porta sulla sua bandiera il Cedro verde, un albero bello e maestoso, che orna i nostri parchi e giardini e che un tempo copriva le montagne di gran parte del vicino Oriente, un simbolo e un’essenza che si abbina alla sua storia e  al ricco patrimonio culturale di questo paese.

[di Antonella Ranaldi, Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Milano]