Seminario patriarcale a Venezia

 

L’edificio del seminario patriarcale fu eretto nel 1671 per i padri somaschi a partire da uno dei preesistenti chiostri del monastero della Trinità. Con la cacciata dei Gesuiti da Venezia, infatti, fu ai padri Somaschi che venne affidato il ruolo di educatori della nobiltà della Serenissima. All’ordine furono quindi concessi dei terreni sulla punta della dogana, dove si sarebbe dovuta edificare, oltre al collegio, la Chiesa di Santa Maria della Salute. Entrambi gli edifici, seppur visivamente separati, fanno parte di un unico programma rappresentativo e devozionale voluto sia dalla Repubblica che dai padri somaschi. Il progetto nel suo complesso venne affidato a Baldassarre Longhena, uno dei massimi esponenti del ‘600 Veneziano.
L’edificio si sviluppa su 5 livelli attorno ad un cortile porticato quadrato, e si articola in un corpo monumentale a cui si affiancano altri corpi di fabbrica. La costruzione riprende la tipologia del monastero mescolandola con elementi dell’architettura dei palazzi civili ed adattandola al diverso programma ed alle ristrettezze del sito, configurandosi come una vera e propria invenzione. Il collegio colpisce per la povertà linguistica dei prospetti, privi di elementi scultorei e in cui l’orizzontalità prevale sulla verticalità, nell’intento, probabilmente, di esaltare la magnificenza della limitrofa Salute e di porsi come alternativa e antitesi alla sontuosità dei palazzi nobiliari. Dopo circa un secolo le scuole somasche vennero chiuse, l’esperimento educativo si era infatti rivelato fallimentare per una serie di ragioni tra cui l’incapacità di attirare al suo interno gli strati sociali più alti. A seguito della soppressione del convento nel 1810 nell’edificio si insediò il Seminario Patriarcale, fino ad allora a Murano. La nuova destinazione d’uso non era molto differente dalla precedente e comportò quindi solo alcune trasformazioni minori sul fabbricato che si protrassero a fasi alterne fino agli anni Cinquanta del Novecento. Tra queste: la chiusura del cortile tra la chiesa e il Seminario, il restauro dell’oratorio della Trinità, la creazione di un giardino suddiviso in cortili per la ricreazione degli studenti, la costruzione di nuove camere e il riammodernamento degli spazi esistenti e infine la costruzione di una specola con un osservatorio meteorologico e astronomico.
Il progetto definitivo di restauro dell’edificio seicentesco del Longhena è stato redatto dall’architetto Stefano Battaglia ed il progetto esecutivo ed i lavori sono stati eseguiti dall’impresa Sacaim assieme ad altre imprese associate, in quote minoritarie. Tra questi i più interessanti sono sicuramente gli interventi di rinforzo del solaio del terzo piano sopra la biblioteca storica, lo spostamento dell’altare lapideo della cappella della Ss. Trinità e la creazione di una parete ventilata per il lapidario del chiostro.
Il solaio con luce più importante tra quelli oggetto di intervento di rinforzo è quello del terzo piano, al di sopra della biblioteca storica, della quale regge il soffitto decorato di altissimo pregio artistico. A seguito degli interventi del XIX e XX secolo, per sopperire al continuo cedimento ed aumento della freccia delle travi, erano stati inseriti in questo solaio dei tiranti in acciaio che collegavano una imbragatura mediana della trave del solaio con le capriate di copertura. Nella nuova configurazione del progetto, che mirava a rendere di nuovo fruibili questi spazi, bisognava rimuovere tali tiranti. Dato che i pavimenti del terzo piano erano di poco pregio, sono stati rimossi, permettendo di eseguire gli interventi di rinforzo strutturale dall’estradosso del solaio. Con resine epossidiche sono stati incollati strati successivi di tavole fino a riportare l’estradosso in piano. In questo modo si è aumentata la sezione resistente nei punti di massimo sforzo tensionale. Successivamente sono stati incollati in doppio strato dei pannelli in playwood di spessore di 2,5 cm ciascuno. Sono così state create delle sezioni a “T” continue con ala dello spessore di 5 cm. I tiranti sono stati lasciati in funzione fino al consolidamento della nuova struttura, quindi si è proceduto alla loro rimozione, senza causare così assestamenti alla struttura e conseguentemente al controsoffitto decorato della biblioteca storica sottostante.

Tra i diversi interventi eseguiti nella cappella della Ss. Trinità il più interessante è l’intervento conservativo e il ricollocamento dell’altare in marmi policromi che si trova al suo interno. Lo spostamento è stato eseguito al fine di cambiare l’asse direzionale della cappella. In questo modo il visitatore che entra dal campo della Salute si trova immediatamente ad ammirare l’altare lapideo, illuminato dalla luce proveniente dalle finestre prospicienti il campo stesso.
Prima di tutto dall’altare sono stati rimossi i depositi superficiali ed è stato effettuato un preconsolidamento con velinatura, fissaggio e garzatura. Le pellicole pittoriche e le dorature, anche residuali, che hanno rivelato una scarsa coesione al substrato sono state fatte riaderire provvisoriamente utilizzando carta giapponese e resina acrilica. L’altare è poi stato rimosso, previa numerazione e mappatura delle parti, comprensiva di scassi e opere murarie. È stata poi ristabilita la coesione attraverso l’impregnazione in vasche con silicato d’etile e con l’uso di pennelli, siringhe o pipette con silicato d’etile, a seguito della quale sono state rimosse le garzature e le velinature precedentemente applicate attraverso l’uso di un solvente idoneo. I depositi superficiali coerenti, le concrezioni, le incrostazioni e le macchie solubili sono state rimosse sia con l’acqua nebulizzata che con compresse imbevute di soluzioni di sali inorganici, carbonato o bicarbonato di ammonio. Scaglie e frammenti di peso e dimensioni limitate sono state fatte riaderire con resina epossidica e retrostante garzatura. Infine sono state eseguite delle stuccature e microstuccature con malte idonee ed il tutto è stato consolidato attraverso l’utilizzo di poliossano. Ultimato il trattamento conservativo, l’altare è stato collocato nella nuova posizione prevista dal progetto.

Prima dell’intervento, nel lapidario erano presenti, in posizionamento sparso, numerosi elementi lapidei di pregio artistico e storico, fissati con malta alle pareti in muratura del chiostro. Le pareti avevano subito nel tempo diversi interventi di risanamento parziali e mai risolutivi  della risalita capillare di acqua e della conseguente presenza di efflorescenze, tanto da aver portato gli apparati murari ad essere saturi di sali.
Prima di tutto gli elementi lapidei sono stati smontati, desalinizzati mediante immersione in apposite vasche e restaurati.
Era chiaro che sulle superfici murarie non avrebbe potuto applicarsi nessun tipo di intonaco, anche se in andamento,  senza che questo si staccasse in un periodo brevissimo, dato il loro stato di deterioramento. È stata quindi proposta alla Soprintendenza dei Beni Architettonici e Ambientali una modalità di intervento nuova ed insolita per Venezia. L’idea era di realizzare un intervento completamente reversibile nel tempo che permettesse di avere una superficie durabile su cui fosse possibile applicare le finiture di progetto. È stata quindi realizzata una controparete isolante per esterno, con strutture in acciaio inox fissate alla muratura mediante tasselli isolanti in materiale plastico e poggiante su appoggi in neoprene, affinché l’umidità del muro non si trasmettesse alla struttura e di conseguenza ai pannelli fissati.
Una volta posate le linee guida delle strutture, sono stati ricollocati gli elementi lapidei restaurati secondo un nuovo percorso studiato sulla base della documentazione storica, fissandoli mediante staffe in acciaio inox e isolandoli negli appoggi. A seguire si è proceduto alla posa di pannelli in lastre di magnesite di spessore 8-9 mm, su cui poi sono state eseguite le finiture pittoriche, per sopperire alla mancata complanarità delle superfici. [testo E. Martino]

[Marzio Mazzetto, Lucia Veronica Ciuffi, Daniele Penzo – SACAIM]