SUPERFICI STORICHE DELL’ARCHITETTURA BOLOGNESE

  
A partire dal 2012 abbiamo avuto la possibilità di effettuare interventi di restauro su alcuni dei monumenti più importanti di Bologna. Si tratta di facciate storiche caratterizzate dagli elementi più diffusi nel centro storico della città: murature in mattoni ed elementi architettonici (cornici, capitelli, etc) costituiti da arenaria sagomata. La finitura tipica delle superfici murarie, soprattutto in epoca rinascimentale, era caratterizzata da una leggera velatura di colore rosato, dovuto alla presenza di coccio pesto, che doveva mantenere visibile, in trasparenza, la sottostante tessitura muraria: si tratta di una finitura che prende le forme dalla “sagramatura” medievale.1
Questo tipo di configurazione caratterizza anche le facciate di due dei cantieri oggetto della visita della delegazione ICE: il Palazzo del Podestà, oggetto di un esteso restauro tra il 2012 e il 2015, e Palazzo Scappi, per il quale gli interventi di restauro sono tuttora in corso.
Essendo stati interessati da ripetuti interventi di restauro, è stato fondamentale preliminarmente condurre un’accurata campagna di analisi finalizzata sia a definire lo stato di conservazione delle superfici, ma anche ad individuare materiali e prodotti riconducibili ad interventi di restauro recenti (stuccature, protettivi, consolidanti, etc) per i quali è necessario prevedere un intervento specifico: un vero e proprio “restauro del restauro”.

 
PALAZZO DEL PODESTÀ

La storia_Il palazzo del Podestà venne eretto nel 1200 circa in Piazza Maggiore come edificio destinato a funzioni pubbliche. L'assetto attuale è molto differente da quello duecentesco. (figure 1 e 2)
È un grande complesso il cui nucleo originario è costituito dal volume in corrispondenza della torre dell'Arengo. Nel 1245 venne ampliato unificandolo con il Palazzo Re Enzo e il palazzo del Capitano del Popolo. Al livello stradale si trova uno spazio coperto da una volta a crociera detta "Voltone del Podestà", sostenuta da quattro pilastri angolari sormontati da statue cinquecentesche in terracotta.
Nella seconda metà del XV secolo, Giovanni II di Bentivoglio fece ricostruire gran parte del palazzo: venne rinnovata parte della facciata romanica con uno stile rinascimentale. Tuttavia non si riuscì a portare il progetto a compimento per la cacciata di Bentivoglio dalla città. Oggi l'aspetto del Palazzo è rinascimentale, con un primo ordine costituito da un porticato con 9 campate e 9 archi, un secondo ordine con 9 finestre anch'esse con apertura ad arco. L'arenaria è il materiale maggiormente impiegato, anche per le decorazioni. La parte inferiore del palazzo è caratterizzata dal bugnato ed è decorata con formelle tutte diverse tra loro.
Si ricorda il restauro del 1910 circa, molto criticato all'epoca2, ad opera di Alfonso Rubbiani che realizzò dei merli di coronamento, per completare quello che doveva essere il progetto voluto da Bentivoglio, oltre ad attuare demolizioni e rifacimenti nella loggia del palazzo.
Per Rubbiani il restauro era soprattutto "ripristino" e lo si pratica eliminando presenze discordi e conflittuali»3.

Un possibile metodo di intervento: la scelta dei materiali e dei prodotti_Come si diceva, prima di passare alla fase operativa, abbiamo eseguito una attenta campagna di analisi, sia dirette sul campo, che mediante ricerca archivistica e bibliografica per ottenere informazioni sulla tipologia e sullo stato di conservazione dei materiali impiegati in fase di edificazione e in successivi interventi. Ad esempio, correlando i risultati delle analisi sui materiali con quanto emerso dall’esame della documentazione, è stato possibile effettuare un'analisi stratigrafica delle malte impiegate nei vari interventi. Tale analisi ha portato alla mappatura e schedatura di tali materiali e ha permesso di calibrare ad hoc i prodotti da impiegare nei casi di stuccatura e reintegrazione. Infatti sono state utilizzate malte differenziate e opportunamente formulate, in modo da risultare compatibili con l’arenaria per composizione, granulometria e cromia; o ancora, abbiamo potuto riscontrare l'avvenuta applicazione di un prodotto consolidante a base di silicio esclusivamente in corrispondenza degli elementi in arenaria della parte superiore della facciata, il cui stato di conservazione è evidentemente migliore di quello della parte inferiore.
Un altro aspetto che ha caratterizzato l’intervento su Palazzo del Podestà è stata la possibilità di testare, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze dei Materiali dell’Università di Bologna, un trattamento protettivo nanotecnologico a base di biossido di titanio che, oltre a difendere le superfici dagli agenti atmosferici, assorbe l’inquinamento restituendo all’aria sostanze pulite. (figure 3 e 4)

 

PALAZZO SCAPPI

La storia_Palazzo Scappi, sito nel centro storico di Bologna, fu il palazzo senatorio della famiglia da cui prende il nome (figura 5). Si trova nel cosiddetto Canton' dei Fiori dove prima ava luogo il mercato dei fiori.
Fu edificato a metà del '5004 sul luogo dove sorgevano le case della famiglia che comprendevano anche una torre duecentesca ancora esistente. Il suo aspetto attuale si deve alla ricostruzione operata da Augusto Sezanne nel 1892.
L'edificio non ha una altezza molto sviluppata, ma riesce a comprendere 5 ordini di finestre e finestrelle, incluse quelle del sottoportico: quelle più piccole sono rettangolari e decorate con cornici in arenaria; quelle del piano nobile, più maestose, sono decorate da frontoni triangolari "in macigno" e con davanzale sorretto da lunghe mensole scanalate. Oggi alcune di queste risultano tamponate, altre sono state ampliate e sono diventate delle aperture più lunghe.
La parte inferiore è costituita da 6 arcate sorrette da colonne in mattoni, con capitelli compositi e corinzi in pietra caratterizzati da diversi motivi decorativi.
La famiglia Scappi si estinse nel 1707 con la morte dell'ultimo esponente. In seguito il palazzo subì diversi passaggi di proprietà.

L'intervento_Anche nell’ambito degli interventi di restauro della facciata di Palazzo Scappi (che si configurano più come una messa in sicurezza degli elementi in arenaria collabenti e a rischio di distacco) è stata fondamentale un’accurata fase di analisi stratigrafica che ha permesso di rilevare diverse tipologie di malte (a base di calce e sabbia, a base di gesso, fino a malte a matrice cementizia), impiegate per stuccature, reintegrazioni e parziale ricostruzione degli elementi in arenaria in fase di edificazione e in successivi interventi manutentivi o di restauro. Attraverso il confronto tra le analisi stratigrafiche dirette e i dati emersi dalle indagini di laboratorio, eseguite su campioni opportunamente prelevati, sono stati individuati i tipi di finiture applicati sulle superfici nel corso del tempo. Anche in questo caso tutti i dati raccolti mediante le analisi rappresentano uno strumento estremamente significativo per la definizione delle metodologie e dei materiali da utilizzare nelle diverse fasi di intervento con l’obiettivo di eseguire un restauro efficace, duraturo e rispettoso delle caratteristiche storiche dell’edificio. (figura 6)

 

BASILICA DI SAN PETRONIO

La storia_Le metodologie di intervento sopradescritte sono state adottate anche nel caso degli importanti interventi svolti sulla Basilica di San Petronio5. (figura 7)
La Basilica di San Petronio si trova nella grande Piazza Maggiore a Bologna.
La sua costruzione iniziò il 7 giugno 1390 sotto la direzione dei lavori di Antonio di Vincenzo, ma non si può stabilire una data per la conclusione. Si tratta di una basilica tardo gotica a tre navate. Secondo il progetto originale, la sua lunghezza sarebbe dovuta essere ancora maggiore.6
L'attuale assetto della facciata è caratterizzato in maniera molto evidente da una parte superiore con mattoni a vista contrapposta ad una parte inferiore, che comprende i tre portali, rivestita con pietra bianca d'Istria e marmo rosso di Verona. Questo rivestimento è chiaramente incompiuto. Il portale principale è opera di Jacopo della Quercia, con rappresentazioni tratte dall'Antico e Nuovo Testamento, mentre sul timpano sono visibili le sculture della Madonna con Bambino, di Sant'Ambrogio e San Petronio. Anche il portale rimase incompiuto: manca la cuspide terminale.
Il primo grande restauro al quale fu sottoposta in tempi moderni la facciata risale agli anni Settanta ed ebbe come protagonisti Otorino Nonfarmale, Eugenio Riccomini e Raffaella Rossi Manaresi, al centro di un animato dibattito; nel corso degli anni Novanta vennero poi effettuati una serie di interventi manutentivi.

La analisi preliminari e la pulitura delle superfici_Le campagne conoscitive condotte sul bene materiale, lo studio delle fonti storico archivistiche, la documentazione sui restauri e l’elaborazione di protocolli operativi, anche sperimentali ed innovativi, hanno consentito la raccolta e la sistematizzazione di innumerevoli dati, in molti casi inediti, utili sul piano scientifico e per la programmazione delle manutenzioni future.
L’intervento di restauro sul paramento lapideo e sulle sculture della facciata non può prescindere dalle vicende conservative che lo hanno preceduto: gran parte dell’intervento attuale verte sul dialogo con quanto fatto in passato.
Lo stato di conservazione nel quale si trovava la facciata era nel complesso discreto, il consolidante protettivo utilizzato, noto come “mista bolognese” (resina acril-siliconica) ha assolto in parte la sua funzione ed il paramento lapideo ha richiesto solo alcuni puntuali e circoscritti interventi di consolidamento o di incollaggio di pezzi staccati con resine epossidiche bi componenti. L’operazione più consistente è stata la pulitura articolata in varie fasi successive e progressive. Ad una prima fase di rimozione dei depositi superficiali, effettuata con pennelli e spazzole morbide e con l’ausilio di un aspiratore, è seguita una pulitura ad impacco con acqua demineralizzata supportata, una pulitura a solvente localizzata e superficiale fatta a tampone. Su depositi particolarmente tenaci è stata utilizzata tecnologia laser, per una rimozione selettiva dei soli depositi e della conservazione delle patine di ossalato e delle tracce di precedenti trattamenti. L’operazione di stuccatura dei giunti e delle fessurazioni più o meno consistenti ha rivestito un ruolo di primaria importanza anche per il suo aspetto conservativo portandole a livello della pietra in modo da facilitare il defluire delle acque meteoriche. Nella stessa ottica sono state realizzate delle copertine di malta a base di calce, coccio pesto e sabbia, tirate a ferro per rendere la superficie pressoché idrorepellente e rinforzate con una rete alveolare. L’ultima fase è stata quella della stesura del protettivo formulato appositamente per essere steso su una superficie già trattata con resine acril-siliconiche. (figura 8)

I tre portali scolpiti e i maggiori elementi decorativi della facciata sono stati sottoposti ad un rilievo tridimensionale a scansione a luce strutturata di altissima precisione utile alla acquisizione di un perfetto modello virtuale dell’intero complesso, realizzato con tecniche digitali e senza contatto diretto con l’opera. Attraverso il modello è possibile la ricostruzione materica in scala reale dell’opera, al fine della sua valorizzazione, studio, esposizione o per la prototipizzazione di elementi parziali o integrali da sostituire all’originale in caso di perdita del medesimo.
Il sagrato della chiesa, anch’esso lapideo, è stato oggetto di un intervento di pulitura eseguito con l’impiego di microsabbiatrice di precisione a pressione controllata: un intervento conservativo, rispettoso del monumento storico.
L’intervento ha riguardato anche il completamento del restauro delle cappelle interne di S. Vincenzo Ferrer, S. Rocco, S. Michele e S. Rosalia-S. Barbara.
All’esterno oltre ai marmi, per i quali sono stati applicati i metodi della facciata, vi sono porzioni di intonaco, in cui sono state trovate tracce di una decorazione, porzioni di cotto “non finito”, che caratterizza anche la parte alta della facciata, e infine si trova il cotto “sagramato”, non presente in altre aree oggetto di interventi recenti, ma particolarmente importante come superficie da trattare conservandone le tracce della finitura originale. La sagramatura infatti ha caratterizzato molta dell’edilizia bolognese medievale ma ormai resta conservata in pochissimi esempi originali. Un’attenta campagna diagnostica ha permesso la conoscenza di materiali e delle patologie e cause di degrado che caratterizzano sia la parte in materiale lapideo che quella in laterizio.
Per la parte lapidea una menzione particolare va fatta alla sperimentazione, effettuata grazie alle indicazioni dell’Opificio delle Pietre Dure, di batteri solfato riduttori che hanno il pregio, anche in un’ottica ecosostenibile, di effettuare una pulitura estremamente controllata nel rispetto del manufatto, dell’operatore e dell’ambiente in cui opera. (figura 9)

A livello strutturale non vi erano problemi rilevanti fatta eccezione per una grossa lesione su un capitello che, essendo passante e parallela alla superficie, ha reso necessario un bendaggio con nastri in fibra di carbonio sovrapposti in tre strati, incollati con resine epossidiche bi componenti, successivamente trattate con inerte che per granulometria e colorazione si conformasse all’originale.
Su paramento in laterizio invece, dopo aver consolidato le porzioni di sagramatura con micro iniezioni di resina acrilica diluita, si è proceduto con una pulitura con impianto atomizzatore che associa all’azione meccanica ottenuta dal dilavamento, anche quella chimica dell’acqua che scioglie lentamente il gesso o la calcite secondaria, di rideposizione, che fungono da leganti della crosta nera e ne provoca la rimozione. Nella parte inferiore delle finestre su alcune croste nere createsi in corrispondenza delle parti in mattoni è stato utilizzato il laser. L’uso di questa nanotecnologia ha permesso una pulitura controllata della superficie senza correre il rischio di danneggiare la patina protettiva presente. I giunti, nelle porzioni che lo richiedevano, sono stati stuccati con malta a base di calce e sabbia, in accordo con l’originale. (figura 10)

 

IL SISTEMA RESTAURO VERDE®

Gli interventi sopra descritti sono stati condotti impiegando il sistema Restauro Verde®, un approccio agli interventi di restauro (ideato da Leonardo sulla base delle linee guida previste dal Green Building Council al quale abbiamo aderito e con il quale stiamo collaborando per la definizione del protocollo Historical Buildings) nell’ottica della sostenibilità ambientale e del risparmio energetico. La crescente sensibilizzazione nei confronti delle problematiche ambientali ha portato a pensare che anche per il restauro sia necessario arrivare ad una conservazione sostenibile dei beni culturali. Viene posta molta attenzione al contenimento dell’impatto ambientale generato dalle attività di restauro, cercando di ridurre l’inquinamento. Nello specifico, il sistema Restauro Verde® si suddivide in quattro macrocategorie:

• le procedure per la valutazione e scelta dei prodotti da impiegare nelle diverse operazioni di recupero e restauro del bene;
• la salvaguardia della salute e della sicurezza degli operatori e delle persone esterne al cantiere;
• le procedure per una corretta gestione del cantiere a basso impatto ambientale;
• la ricerca e l’innovazione attraverso la realizzazione di progetti di ricerca per l’applicazione di sostanze, metodologie e strumenti innovativi per il restauro e per il recupero degli edifici.

Secondo gli stessi principi grande attenzione è posta anche alla riduzione dell’uso di acqua nelle operazioni di pulitura, grazie all’impiego di sistemi alternativi quali acqua nebulizzata e alla corretta gestione dello smaltimento. Un altro importante elemento per il contenimento del consumo dell’acqua è costituito dall’impiego della tecnologia per la microsabbiatura Ibix impiegata in modo calibrato selettivo per le opere di rifinitura della pulitura. Tale sistema è molto impiegato anche per la rimozione dei graffiti nei centri storici.

[di Rossana Gabrielli - testo di Clelia La Mantia]

 

NOTE
1. Gabrielli R. e Geminiani F., Le finiture dell'edilizia storica bolognese: la sagramatura ed il restauro delle facciate nell'esempio di palazzo Agucchi, in “Dossier n.5/2001”, Maggioli Editore.
2. Giuseppe Bacchelli, Giù le mani dai nostri monumenti antichi. Note critiche sui progetti dei nuovi lavori al palazzo del Podestà in Bologna, Bologna, Stab. Poligrafico Emiliano, 1910.
3. Antonella Ranaldi, Il restauro di Rubbiani del Palazzo Re Enzo, in Palazzo Re Enzo. Storia e restauri, a cura di Paola Foschi e Francisco Giordano, Costa Editore, Bologna 2003. Pp. 95-118.
4. Roversi Giancarlo, Palazzi e case nobili del '500 a Bologna, Grafis Edizioni, Bologna 1986, pp. 341-348.
5. RESTORATION OF SAN PETRONIO BASILICA: FOUR-YEAR PROJECT BETWEEN INNOVATION AND ECO-SUSTAINABILITY, Dott. Arch. Roberto Terra1 , Dott. Rossana Gabrielli2 , Dott. Michela Boni3 1 freelance architect, Studio Cavina Terra Architetti, Bologna; 2 architectural archaeologist, Leonardo s.r.l., Bologna; 3 restorer and art historian, Leonardo s.r.l., Bologna, in Built Heritage 2013 Monitoring Conservation Management, pp. 1461-1471.
6. Bellosi Luciano, La Basilica di San Petronio in Bologna, voll. 1-2, Cassa di risparmio in Bologna, 1983.